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cantos [ l'ignoto mi divora ]
 



14 agosto 2007


LONG ISLAND

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

             

romanzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo

 

 

(al telefono Maria Grazia e Andrea)

 

LUI “Non trovo le parole…

LEI “So quello che stai per dirmi…

 

(silenzio)

 

LUI “Ci sei?

 

(silenzio)

 

LEI “Sono qui, adesso dimmi quello devi dirmi…veloce…

 

LEI “Le conosco già le parole, sono mesi che me le ripeto

LUI “Non è facile anche se la notizia in sé è secca

LEI “Dai, dillo, non farti pregare

LUI “Ok. Non ce l’ha fatta, l’abbiamo perso poco fa, è stata una cosa improvvisa

 

 

LUI “Non trovo le parole

LEI “Le hai già trovate (piange)

 

 

 

LEI “Dimmi l’ora precisa in cui se n’è andato…

LUI “Sembrava volesse comunicare qualcosa, ha anche aperto gli occhi per un attimo

LEI “Sei sicuro? Non è stata solo un’impressione?

LUI “No, sono sicuro, ha aperto gli occhi

 

 

LEI “Dovevo esserci, dovevo esserci dentro il suo ultimo sguardo

LUI  “Erano le 12.43, è tutto registrato

LEI “Che efficienza, come sempre

 

LUI “Ti prego, ti prego, non è facile

LEI “E’ facilissimo invece, bastava staccare la spina prima di tutti quegli intrugli

LUI “Lo chiamava l’Elettro? Ti ricordi

LEI “Come posso…come posso… (piange)

 

LUI “Vorrei essere lì adesso…con te…ah c’era anche sua madre collegata…e tu perché ti sei scollegata?

LEI “Non me lo dire…ti prego…è stato solo un attimo

LUI “Vieni subito, se vuoi vengo a prenderti

LEI “Si, ti prego, non me la sento di guidare

LUI “Arrivo

 

(in auto)

 

 

LUI “Qualcuno direbbe la fine è l’inizio

LEI “Banale  (piangendo e ridendo)

LUI “Banale ma consolatorio

LEI “Non correre, ti prego

LUI “Non sto correndo

 

 

LEI “Ha aperto gli occhi e poi?

LUI “Il battito è stato sempre più lento

LEI “Poi?

LUI “Poi ha smesso di respirare…tutto molto… così… naturale

LEI “Smettere di respirare…trattieni il fiato ahufff …non ci sei più

 

(trattiene il fiato)

 

 

LUI “Non fare così, è dura anche per me

LEI “A te interessava solo l’esperimento dell’Elettro, confessalo

LUI “Non è vero, non è vero (grida sbattendo le mani sul volante)

 

LEI “Non puoi soffrire come soffro io…io l’amavo

LUI “Mi dispiace, io invece gli ero affezionato…forse non è come amare ma ci arriva vicino 

(lo interrompe)

LEI “Tu non potevi essergli affezionato, per te era un organismo, un esperimento

(lo dice gridando)

LUI “una macchina di carne e sangue…sangue e terra…terra e anima…

 

LEI “Scusami, scusami

LUI “Non ti preoccupare, non è la prima volta che mi capita da quando sono medico

LEI “Già…la professione…il dovere professionale…il vostro giuramento professionale del cazzo…

 

 

LUI “Sei dura

LEI “Lo so, serve per sfogarmi, passerà anche questa…tutto passa…

 

LEI “Scusami

LUI “Non ti preoccupare, ti dico…

LEI “Scusa, scusa, scusa

(piange)

LUI “Non arriviamo mai

LEI “Io non avrei visto quasi la strada, ho lo sguardo tutto appannato (si asciuga le lacrime)…scusa

LUI “Non dirlo più

 

(in ospedale)

 

LUI “Sei pronta?

LEI “Si

LUI “Andiamo allora…coraggio

 

(entrano in ascensore)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRO PRIMO

____________________________________

L’OMBRA CHE CAMMINA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.

 

 

Un the indiano, quasi insapore.  Questo mi concedo a corredo di un intenso pregare nelle lunghe notti greche.

 

Un lento sgranare il rosario d’avorio che ho comprato in un piccolo negozio di antiquariato a Londra, anni fa.

 

Nel momento dell’acquisto –era un pomeriggio piovoso - non potevo immaginare che  sarebbe servito a questo scopo. Era poco più che un capriccio in quel momento.

 

Ero entrato in quel buco dalle parti di Camden, dopo aver visto dalla vetrina dei bastoni da passeggio interessanti. Teste di drago per lo più.

 

Al mio ingresso era suonato un campanello sopra la porta. Dal retro comparve il padrone del negozio. Fece solo un gesto del capo, mentre puliva i suoi occhialetti rotondi.

 

Cominciai a curiosare in giro fino ad arrivare ad una bella scrivania di mogano che aveva conosciuto tempi migliori – era da restaurare, ma era comunque molto bella, con delle colonnine neoclassiche e dei cassetti a scomparsa.

 

Accarezzai il legno. Era pieno di polvere. La polvere mi infastidisce di solito ma lì dentro aveva un suo fascino. Sfregai le dita tra loro per scacciare la polvere. Era polvere fina, appena una patina. Segno che non era un posto del tutto abbandonato al suo destino.

 

“Mia moglie mi trascura”, disse l’uomo con un sorriso ambiguo, quasi a scusarsi.

 

Continuando nella mia ricognizione sfiorai una delle colonnine e si avvertì un tac.

 

Un congegno si era attivato. Con uno scatto si aprì un  cassetto segreto e lì scoprii il rosario.

 

L’antiquario alzò lo sguardo.

“Ah, quello…”, disse, lasciando sospeso il seguito.

 

Evidentemente conosceva il cassetto segreto, ma era lo stesso compiaciuto che l’avessi scoperto. Nel cassetto c’era il rosario.

 

Presi in mano il rosario e cominciai ad ammirarlo quasi rapito da una specie di misterioso sortilegio.

 

Ricordo poi la contrattazione con l’antiquario. Ormai volevo quell’oggetto e dimenticai i bastoni con la testa di drago che sarebbero stati un ottimo regalo.

 

Quel tenere tra le dita quello strumento di devozione come si trattasse di comprare qualcosa a peso era un rituale per capire il suo valore dalla consistenza, da quella minuta fisicità persino sfuggente.

 

Così liscia, così sfuggente al tatto.

 

Riuscivo ad afferrare i grani del rosario uno ad uno, ma mi sfuggivano continuamente dalla presa.

 

Avevo pensato che stringerlo tra le dita fosse un modo per definire una sensazione effimera ed eterna allo stesso tempo.

 

Stringi un grano. Ti sfugge. Ne stringi un altro. Ti sfugge anche quello. Passi allora al successivo in un gioco infinito, senza un vero inizio, senza una fine definita.

 

Per questo lo comprai nonostante il prezzo richiesto mi sembrasse un po’ eccessivo.

 

All’inizio volevo però mostrami indeciso. Non sono bravissimo in questo genere di cose ma ho capito in linea di massima come si fa.

 

Stavo però commettendo l’errore fondamentale: avevo in mano da troppo tempo quella cosa. I venditori capiscono la debolezza del momento.

 

“E’ appartenuto ad una signora di Milano…”, disse allora l’antiquario, come a rivelare un segreto.

“Si era trasferita qui a Londra dopo una delusione d’amore…”, continuava quell’uomo un po’ grigio.

“La scrivania era sua…ho lasciato appositamente nel cassetto il rosario in attesa che qualcuno come lei lo aprisse per caso…”, filosofeggiava per giunta.

 

M’aveva anche raccontato di come gli oggetti di pregio della signora di Milano erano stati venduti dai suoi nipoti – i figli di un fratello perché la donna non si era sposata- , alla sua morte, e di come con quella vendita avevano finanziato un magic bus, di quelli che in periodo hippy, partivano da Londra per arrivare in India, passando per l’Iran e l’Afghanistan, quando erano attraversabili.

L’oggetto sembrava trasmettermi visioni e suggestioni o forse – molto più semplicemente - l’antiquario era un bravo affabulatore. Conosceva i tempi giusti. I silenzi. Il momento in cui colpire nel segno.

 

Finii naturalmente per comprarlo.

 

Ora uso il rosario per le mie quasi-preghiere notturne qui a Long Island.

 

La ripetizione ossessiva delle preghiere dette sottovoce.

 

Non vere preghiere, non formule codificate, piuttosto frammenti di parole sacre, parole che pronuncio come se non dovessi fare altro, come se non fossi costretto ad altro che a questo.

 

Dal momento in cui  mi sdraio per dormire – dormire? non conosco quasi più il significato di questa parola - che poi rigiro tra le mani questo rosario dai grani d’avorio.

 

Nel dormiveglia comincio a pregare senza un vero scopo.

 

Non una vera richiesta di aiuto, di pace o persino di bontà. Le parole sono pronunciate in modo automatico. Meccanico. Come una specie di dovere da assolvere.

 

Se razionalizzo non vedo nei confronti di chi devo assolvere a questo dovere. Quando prego rivolgo comunque il viso verso l’alto.

 

Preghiere cattoliche, di quelle mandate a memoria da bambino, al catechismo. Ripetute allora tante volte con lo scopo di memorizzarle.

 

Vedo mia madre che si china su di me, con la gentilezza e la pazienza tipiche di una mamma che mi aiuta a congiungere le mani e a rivolgerle verso l’alto.

 

Forse da lì proviene questa mia tensione ei confronti di un altrove fatto di sacralità.

 

Come dentro una bolla d’aria dove non si respira nemmeno. L’apnea del sacro. Una qualche forma di difesa per ritagliarmi uno spazio immacolato, puro, senza peccato.

 

Dove non è possibile peccare – sbagliare  forse è l’espressione esatta– perché non c’è modo di fare altro che pregare.

 

Sto dimenticando col tempo le sequenze esatte e generalmente le sovrappongo. Piena di grazia, luce perpetua, ora e sempre, pane quotidiano, così sia.

 

Così sia. I grani del rosario sono lisci al tatto.

 

Anche la loro semplicità mi avevano spinto a comprare il rosario.

“E’ avorio finissimo, lavorato in una qualche missione africana prima della guerra…”, diceva l’antiquario, abbassando lo sguardo ad arte.

 

Le sue parole dette in modo mellifluo nascondevano però l’ansia di sbarazzarsi di quell’oggetto che forse da anni non riusciva a vendere.

Forse l’aveva anche dimenticato e forse la storia della signora milanese e dei nipoti hippy erano una sua invenzione per avvolgere di esotico e di mistero un oggetto nell’immediato poco interessante.

 

Doveva essere bravo anche ad improvvisare.

Non si capiva cosa ci facesse lì, in quel buio piccolo negozio di Londra, piuttosto che su qualche scena teatrale.

 

“Come si chiamava la signora?”, gli chiesi in un modo che sembrasse distratto.

“Lorenza…”, rispose lui senza pensarci. Forse non improvvisa affatto.

 

“Come me…”, dissi, ma mi sarei mangiato la lingua.

“Vede? E’ un segno del destino…”, fece lui, cogliendo un nesso misterioso e pieno di fascino.

 

Ci fu un silenzio per me imbarazzante in quel momento. Si doveva concludere l’affare in qualche modo.

 

“Mi sembra caro…mi faccia un prezzo ragionevole…”, risposi.

“Spendere denaro per rispondere ad un segno del destino non ha prezzo…”, disse l’antiquario, mettendosi gli occhiali per osservare il rosario, dopo avermelo finalmente tolto dalle mani, con attenzione e distogliere lo sguardo dal mio.

 

Probabilmente quella era una frase che teneva in serbo per quelle occasioni.

Assomigliava troppo ad uno slogan pubblicitario.

 

Anche questo suo modo di fare era compiuto con una gestualità che doveva essere frutto di una lunga esperienza in quel tipo di contrattazione, dove non conta il valore proprio di ciò che si compra, ma l’universo di rimandi che il desiderio di possesso crea.

 

Altri tempi. Allora andavo piuttosto in giro per l’Europa.

 

Ora mi sono ridotto a sgranare questo rosario di notte per svuotare la mente.

 

Finito un giro, ne ricomincio un altro mentre sorseggio il the insapore che ho preparato con lentezza.

 

Le dita non si staccano dal contatto con i grani lisci.

 

Penso al microcosmo raccontato da quelle piccole sfere d’avorio.

 

Le conto mentalmente, poi ricomincio da capo. Anche la sequenza dei numeri assomiglia ad una preghiera. Unità, trinità, sette volte sette, l’infinito ricominciare di nuovo dall’inizio.

 

Cercare una finitezza impossibile. Cercare una formula – una vera formula aritmetica come la base per l’altezza diviso due che definisce lo spazio circoscritto da due linee che partono da un punto e mai più – mai più – sarebbero destinate ad incontrarsi, se non si creasse quella base.

 

Ho sempre creduto ai segni casuali. Comprai il rosario senza farmi raccontare più niente dall’antiquario. Lui avrebbe volentieri continuato.

 

Uscii nel pomeriggio piovoso londinese senza nemmeno salutare e senza voltarmi.

 

Sentivo lo sguardo dell’uomo e con la coda dell’occhio intravidi, in uno specchio all’ingresso, il suo sorriso sarcastico.

 

Forse mi aveva fregato. La storia di Lorenza magari se l’era inventata lì per lì per affascinarmi.

 

Uscendo misi la mano destra in tasca per sentire la levigatezza dei grani d’avorio.

 

E’ un gesto che continuo a fare nel cuore della notte da molte settimane e mesi.

 

Nel cuore della notte – sempre pregando – mi alzo dal letto come da un sudario.

 

Il dormiveglia che non è sonno e non è veglia, pieno di visioni confuse.

 

Due, massimo tre ore di questo sonno imperfetto.

 

La confusione di quello che vedo dormendo si rende manifesto appena sveglio.

 

Un minuto appena dopo che sono sveglio davvero.

 

Mentre passo alla veglia ricordo tutto. I sogni spesso assomigliano a piani sequenza. Non ci sono stacchi. E’ tutto come nella realtà. I dialoghi. Le persone – persone? - che incontro nell’inconscio.

 

I colori dei vestiti. Tutto chiaro. Una chiarezza che svanisce invariabilmente all’improvviso.

 

Potessi raccontarle con parole razionali quelle sequenze riuscirei a capire perché sono così confuso al risveglio pieno.

 

Piombo allora in una confusione pressoché totale che devo combattere con altre preghiere.

 

Il the indiano è invece una sorta di rito.

 

La lentezza con cui lo preparo. Riempire il bollitore d’acqua. Accendere il fuoco. Aspettare che l’acqua raggiunga l’esatta temperatura di ebollizione. Fare bollire l’acqua solo per un po’. Il rumore dell’acqua che bolle per un attimo. Ascoltare il rumore delle bolle. Ripetersi che quando si ha coscienza dei gesti minuti vuol dire che si è ancora vivi e coscienti.

 

Ripetersi genera assuefazione. Assuefarsi alla ritualità per sfuggire la confusione del dormiveglia.

 

Riempire poi la tazza. Mischiare all’acqua bollita le erbe del the indiano, fatto arrivare qui da lontano, per creare un contatto con il mondo esterno, per sentirsi anche così vivi e coscienti.

 

Filtrare l’acqua. Lasciarla raffreddare appena un po’ per non scottarsi la lingua e il palato. Sgradevole sensazione scottarsi. Innaturale.

 

Intanto prego. Il Signore è con te, santo il tuo nome, adesso e nell’ora.

 

Questa è appunto l’ora. Mi dirigo verso la veranda. Guardo la luna che si specchia sul mare, quando c’è la luna.

 

Quando non c’è guardo le stelle. Quelle luci che vengono da un lontanissimo spazio-tempo che riempiva le notti estive dell’adolescenza di ragionamenti profondi. Complici le parole dei poeti romantici, studiati al liceo.

 

Mi assale il pensiero, persino banale, dell’infinito in questi momenti, guardando la profondità del cielo stellato, ma è solo un attimo.

 

Le preghiere che continuo a formulare tra me, mi aiutano a non pensare  ed allo stesso tempo a cercare una sorta di pace interiore, ormai svanita da anni.

 

Regina del cielo, mio custode, mio angelo, sia fatta la tua volontà. Mi pento e mi dolgo. Signore, oh Signore.

 

Varianti non ne cerco. Sarebbe inutile personalizzare una richiesta di vuoto mentale come questa.

 

Sorseggio il the quasi insapore. L’acqua è appena più scura del normale. E’ il momento in cui mi siedo sulla sdraio sotto la veranda di questa casa che mi ospita nelle lunghe interminabili notti che iniziano adesso e finiranno al primo sorgere del sole.

 

Cerco di ripetere sempre gli stessi gesti, nello stesso modo di sempre, quasi seguendo una consegna.

 

Quando saluterò il sole avrò esaurito la voglia di pregare sottovoce e le formule sante saranno appena un sussurro interiore. Gli occhi tenderanno a  chiudersi, ma resisterò perché non posso fare altrimenti.

 

Se mi addormento torneranno le ombre a tormentarmi?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.

 

Avanti e indietro sull’isola. Sembra anche questo quasi un destino.

 

“Devi seguire una routine per svuotare la mente”, mi dice sempre Chico, con la sua voce gentile. Un filo di voce quando spara le sue sentenze.

 

E’ così vero.

 

Rifare sempre gli stessi gesti. Ripercorrere sempre lo stesso tragitto. Possibilmente muovere le braccia nello stesso modo, ogni movimento occorre ripeterlo sempre uguale all’altra volta per non snaturarne la ritualità.

 

Se possibile - anche se può apparire banale affermarlo - avvicinarsi all’ eterno ritorno dell’uguale con l’intenzione di farlo essere uguale all’altro. Questo è davvero difficile. Almeno tendere a questo risultato senz’altro aiuta allo scopo.

 

Tutti i giorni. Tutti i giorni alle stesse ore. Per questo sono qui su quest’isola semideserta.

 

In quel dato punto pensare gli stessi pensieri. Quasi come un mantra. Quasi come una preghiera, proprio come di notte, ma in un modo meno confuso.

 

In quell’altro punto ricordarsi degli intercalare pensati il giorno prima e il giorno prima ancora. Cercare la perfezione nel ripetersi. Anche se le varianti minime non guastano l’insieme.

 

Avanti e indietro. Ripeto gli stessi gesti. Compio lo stesso percorso.

 

C’è anche un motivo pratico, lo ritengo secondario per ottenere lo scopo prefissato ma c’è ed è quello che mi permette di risiedere qui a Long Island, come un privilegiato.

 

Questa Long Island non è la spiaggia di New York.

 

E’ nel Mar Egeo e tutta l’isola è un’opera d’arte del land-artista Richard Long.

 

E’ piena di percorsi a spirale, di camminamenti delimitati da grandi pietre, di piccoli spiazzi bruciacchiati, che a mia volta devo bruciare quando ricresce la rada vegetazione mediterranea.

 

C’è una serie di regole di ingaggio – mi piace chiamarle così secondo il linguaggio militare – che devo seguire per rivitalizzare quest’opera-mondo che l’artista inglese ha creato su quest’isola di proprietà di un mecenate americano che la acquistò negli anni 50, quando qui c’era solo un villaggio di pescatori.

 

L’isola era una meta estiva dell’americano e ospitava sempre artisti per lo più anglosassoni. Gli artisti avevano il privilegio di risiedere in quello che è un piccolo paradiso terrestre con l’unico obbligo di realizzare qui delle opere che con il tempo sono diventate una ricca collezione d’arte.

I pescatori nel frattempo hanno trovato di meglio da fare e al più i loro figli e nipoti ne sono diventati i custodi.

 

L’ultimo intervento è stato fatto da Richard Long e così l’isola è stata ribattezzata con un vezzo Long Island.  Forse con una insulsa, ma efficace, assonanza. Richiama anche la provenienza del mecenate americano e così il cerchio si chiude.

 

L’isola è visibile nel suo disegno artistico solo dall’alto, ma è percorribile naturalmente a piedi.

 

Anzi l’essere attraversata  dal cammino dei visitatori trasforma l’opera. Rendendola vissuta. L’immutabilità che di solito hanno le creazioni artistiche in questo caso non ha senso: il visitatore percorre  la grande spirale che attraversa l’isola, tra sentieri, percorsi obbligati, deviazioni improvvise, calpestando il suolo, sollevando polvere, accentuando un tracciato che la somma dei percorsi evidenzia ad ogni passaggio.

 

Di questa opera hanno parlato i giornali internazionali, non solo quelli di settore. Ci sono state persino polemiche per aver costretto la natura ad uniformarsi all’arte, ma è una polemica senza senso. Long vuole semplicemente realizzare con le sue opere delle “sculture che si realizzano camminando”.

 

Sono parole sue. Richard è stato qui recentemente. Dell’isola-opera avevo letto naturalmente ma è stato Chico a consigliarmi di stabilirmi qui.

L’unico modo, a detta sua,  per contrastare la vicinanza delle ombre è essere circondati dall’acqua. Lui ha un suo resort sulle coste del Brasile e quando non regge più l’assidua frequentazione con queste presenze inquietanti vi si rifugia e dorme sonni quasi tranquilli.

 

Dico quasi perché comunque le notti sono tumultuose, ma non è la stessa cosa dell’ assiduo confrontarsi con quel mondo etereo.   Possibilmente nelle stesse ore ripetere gli stessi gesti. Devo svuotare la mente anche di giorno, durante la difficile veglia.

 

Sono sempre così stanco e spossato dalle notti insonni di questi anni. Devo riabituarmi ma è lo stesso un’impresa.

 

Di notte prego sgranando il rosario d’avorio, di giorno invece mi metto in cammino. Il pensiero che si forma camminando.

 

Il non pensiero in realtà. L’assenza di espressioni pratiche. Non pronunciare mai parole come martello, forbici, pennello, mattone, sabbia, dotate di senso pratico. Piuttosto usare espressioni che si rapportano con la filosofia, la dialettica, la politica. Concetti astratti. Parole spesso vuote.

 

Rendersi svagati e distratti delle cose del mondo.

 

Le libere connessioni della mente eluse dall’esercizio della routine.

 

Chico dice che solo così posso liberarmi dal gioco perverso delle ombre che sul continente hanno influenzato la mia vita degli ultimi anni. Dal sole nero in poi.

 

Chico è stato molto prezioso di consigli e suggerimenti. Lui ne sa qualcosa.

 

Ha il mio stesso potere umbratile che da quel maledetto giorno, quando si è manifestato nell’assenza di luce – e calore – del sole nero sulla piana di Carnac, è diventato la caratteristica di un comportamento fuori dagli schemi.

 

 L’influenza dell’azione del sole nero ha reso la mia vita impossibile.

 

Qui sull’isola sono rinato.

 

 

 

 

Qualcuno ha sostenuto che in fondo è meglio la spirale di Long di un villaggio – vacanze.

 

Le polemiche sono il sale di ogni operazione importante. Più se ne parla, più si accende la curiosità del pubblico. Infatti non mancano i visitatori e l’isola è divenuta in questi due anni una importante meta del turismo culturale.

Turisti d’elite. Disposti, una volta finita la visita ,ad acquistare a caro prezzo le foto scattate in automatico sul percorso e il video che si ricava dalle immagini registrate da telecamere fisse lungo i vari percorsi.

 

Il video segue un canovaccio standard fatto di suoni, interventi dell’artista, sovrapposizioni. Chi compra questi risultati dell’opera di Long acquista un pezzo- in fondo- unico, che lo vede per giunta protagonista.

 

Semplice, efficace, geniale. Molto commerciale e insieme molto artistico nell’epoca della riproducibilità tecnica eccetera: non c’è bisogno di

scomodare i luoghi comuni per capire la portata di un’operazione così immediatamente fruibile da molti.

 

Non da tutti -questo è ovvio- perché la visita e le foto e il video comprendono una serie di passaggi molto costosi. Prima di tutto arrivare qui dopo una prenotazione, all’isola si arriva solo con mezzi propri, non c’è un vero servizio di traghetti, tanto più che questa è proprietà privata.

 

Nei progetti futuri c’è anche un campo da golf alla maniera di Long, metà giardino zen e metà green tradizionale.

 

Non un vero campo insomma ma una postazione di tiro su una porzione della mezzaluna e un tee sull’altra, la difficoltà sarà data dal baia in mezzo, calcolare i venti, traiettorie, più un gioco pensato, mentale che reale, anche se si tratterrà pur sempre di lanciare una pallina verso un target.

 

Il giocatore verrà naturalmente ripreso e i suoi colpi disegnati secondo schemi predefiniti con il tratto di Long ,con la computer-grafica.

 

 

E’ vero. Siamo una sorta di casta noi che possediamo questo misterioso potere. Ci riconosciamo dall’odore.

 

Chico l’ho incontrato, non per caso, ad uno spettacolo di Carolyn Carlson a Venezia durante la Biennale.

 

Ci sentivamo al telefono spesso tra il Brasile e l’Italia ma non c’eravamo mai incontrati. Allora ero il suo editor per le edizioni in lingua italiana dei suoi romanzi e racconti. 

 

Il lavoro dell’editor spesso è oscuro e non viene capito da chi non appartiene al mondo editoriale. Assomiglia, per lo più nell’accezione comune ad un  correttore di bozze.

 

E’ un lavoro fatto spesso anche di sottigliezze, l’editor diventa quasi un confidente per l’autore, capisce le sue esigenze, facilita i suoi momenti di incertezza.

 

Era quindi una gioia, dopo tante chiacchierate intercontinentali e da Parigi, dove ha una casa, incontrarsi. Dovevamo sciogliere alcuni nodi relativi alla traduzione di una sua raccolta di racconti che non lo convincevano. C’erano delle espressioni tipiche che descrivono il carattere brasiliano che non erano emerse.

 

Avremmo incontrato poi il traduttore, ma era necessario confrontarsi con me che ero il curatore del libro.

 

Allo spettacolo di Carolyn eravamo in prima fila, ospiti della danzatrice americana che lui conosceva bene.

 

La sua non è una vera e propria danza, lo è anche, è piuttosto un muoversi sulla scena come se si trovasse lì per caso o almeno come se gli spettatori la spiassero.

 

Carolyn riesce a trasmettere la commozione del corpo in movimento che illumina con quel suo porgersi la scena. Poesia nel suo farsi. Semplici gesti che parlano dell’essere e dell’ansia di comunicare che ognuno possiede dentro di sé. Il suo corpo fluttua sulla scena, da una parte all’altra del palco, descrivendo l’emozione dell’esserci e di esserci in quel preciso momento.

Anche fuori dalla scena Carolyn trasmette questa emozione, ma forse questa è una specie di deformazione professionale.

 

Curioso era che durante lo spettacolo alcune figure appena definite, poco più che delle ombre l’avvolgessero e si avvitassero sul suo esile corpo sinuoso, danzassero con lei.

 

Sapevo bene di quale natura fossero fatte quelle figure.

 

Da tempo convivevo con il mio segreto e pensai subito si trattassero delle ombre che tormentavano – senza l’intenzione del tormento ma l’effetto era quello – la mia vita quotidiana. Soprattutto di notte. Ma anche durante il giorno se mi capitava di addormentarmi. O meglio. La notte era sempre un tormento, un ragionare continuo con loro che finalmente avevano trovato un interlocutore. Di giorno nel sonno quando dovevo assolutamente dormire i miei sogni erano percorse dalla loro presenza.

 

Dal giorno dell’eclisse l’attività onirica era diventata un’esperienza paragonabile alla realtà. Ricordavo sempre perfettamente quello che si era manifestato nella mia mente, non come prima che, come per tutti, quando i sogni, sono delle fugaci visioni che presto si dimenticano.

 

Dormire era diventata una vita parallela. Incorporea, inconsistente. Come i ricordi. Anche molto faticosa. Il ritmo della veglia e del sonno spezzati. Difficoltà di concentrazione. Stanchezza come per chi soffre di insonnia.

 

Quando dissi a Chico, durante lo spettacolo di Carolyn, che l’idea di far danzare delle ombre era davvero geniale, mi guardò con fare interessato. Trasalì persino. Mi venne spontaneo dirglielo. Come fosse reale, visibile da tutti, non solo una mia facoltà.

 

Non disse nulla durante l’ esibizione, ma mi sussurrò dopo un po’ che dovevamo parlare assolutamente di quelle ombre, sorseggiando grappa italiana. Che lui ama molto. Il vecchio Chico. Semplice, gentile e pratico.

 

Le vedeva anche lui.

 

 

 

Mentre aspettavamo Carolyn al bar dell’albergo davanti alla laguna di Venezia, dopo i primi sorsi di grappa, la lingua gli si sciolse e Chico  cominciò a raccontarmi di quando cadde in una specie di trance dopo un’eclisse di sole.

 

Ecco il punto. L’eclisse. Il sole nero. Come è successo anche a me quell’11 agosto del 1999 a Carnac, nel nord della Francia.

 

La sua occasione avvenne invece da qualche parte della foresta amazzonica, dove voleva vedere l’eclisse ospite dei Guaranì, un popolo indio che ha mantenuto usanze quasi primitive.

Erano i tempi del tropicalismo e Chico cercava suggestioni nelle radici indie del suo popolo.

 

La suggestione di un’eclisse totale, la paura se non il terrore che crea un evento così insolito nelle società tradizionali, arricchivano di spunti la sua ricerca.

 

I loro canti incerti e ripetitivi l’avevano già stordito abbastanza e un intruglio di una bevanda magica aveva fatto il resto. S’era di colpo pentito di aver accettato la bevanda, ma con gli indios non accettare un dono è un offesa. Fu costretto a sedersi per terra. L’amico che l’aveva accompagnato suonava la chitarra pizzicando le corde con leggerezza. Le note gli arrivavano lontane come se ci fosse un riverbero. Il suo amico gli sorrideva:

“Ti piace come ho trasformato la tua canzone?”.

Lui non riusciva a parlare, sentiva le parole agitarglisi dentro. Le vedeva quasi formarsi tra lo stomaco e i polmoni.

 

Testa, nausea, gira tutto, tutto il mondo gira. Queste erano le parole chiave che gli vorticavano in mente, come se fossero elementi di  una password per aprire il file di un computer.

 

 

Quando la luna coprì il sole e scese quel buio innaturale che caratterizza questo fenomeno astronomico, i canti finirono e un silenzio improvviso prese il sopravvento sul naturale caos della foresta.

 

“Ricordo bene quel momento, i Guaranì guardavano in alto ed io provai ad alzarmi, disse Chico, senza riuscirci…vidi delle forme umane incerte, confuse, non del tutto a fuoco, avvicinarsi verso di me e alcune sembravano galleggiare nell’aria…”

 

Lo ascoltavo a bocca aperta, con il bicchiere sospeso, quasi in apnea. Respiravo con fiati ansiosi e brevi ma vicini tra loro. Era la stessa cosa che era avvenuta anche a me in Francia.

 

“Lentamente il silenzio fu sostituito da sibili, sussurri, folate di un vento che non avevo mai sentito…l’aria era ferma a dir la verità – continuò – le ombre, perché di questo si trattava, si avvicinavano velocissime e altrettanto velocemente si allontanavano…era una specie di corteo di presentazione, si rendevano manifeste…”

 

“Incredibile – gli dissi – allora non è una mia follia…è tutto vero…”

“Certo che è vero, anch’io ho pensato di impazzire con questo potere, pensavo a qualche delirio per quella bevanda che gli indios avevano voluto che bevesi, ma quando il fenomeno è continuato nei giorni successivi l’effetto della bevanda non poteva essere la causa…”

“Io sono stato molto male, come in trance…”, ribattei.

“Naturale…logico…è questo l’effetto che fa…”, tagliò corto lui.

 

Stava arrivando, sorridente e solare com’è nella sua natura, Carolyn. Chico mi disse di non dirle niente delle ombre sul palco.

“Ovvio…”, risposi.

 

Carolyn era raggiante. Lo spettacolo era piaciuto molto a tutti e un’artista come lei sente le reazioni del pubblico.

 

Trascorremmo il seguito della serata lì al bar, interrotti spesso dall’arrivo di qualche ammiratore  e da paio di giornalisti cui Carolyn non poteva sottrarsi. Chico invece si negava, con gentilezza, ma si negava. Evidentemente l’aver incontrato qualcuno che condivideva quella straordinaria facoltà l’avevano

scosso.

 

Quando Carolyn tornò da noi  le disse che trovavo il suo spettacolo, la sua arte, commovente e che avrei definito la sua danza come qualcosa di effimero ed eterno. Sembrava una banalità gettata lì come si parla del tempo e delle stagioni tutte uguali, invece lei mi fissò con il suo sguardo intenso e ripetè:

“Effimero ed eterno…”, guardava lontano, verso la laguna, non sembrava nemmeno rivolgersi a me.

“Grazie, Lorenzo…è questo il mio lavoro”, concluse.

 

Naturalmente non accennai alla presenza delle ombre sul palco. Uno sguardo d’intesa con  Chico voleva significare approfondimenti futuri che non ci furono però per molto tempo, se non per email e al telefono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.

 

Questa è una storia già scritta da qualche parte.

 

Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite, c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.

 

Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

 

Guardando distratto un programma in tv di storia, di quelli con le interviste smozzicate e le immagini che una sull’altra commentano il parlato, ascolti parole che un tempo conoscevi. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti.

 

Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Prendi il primo volume che ha una copertina che ti ricorda qualcosa. La copertina ha un disegno infantile che assomiglia maledettamente a quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti ritrovi nel plot. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata, spazzata da una pioggia feroce, di quelle dove c’è un amore contrastato e dove l’innamorato parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata dell’amata, che tiene gelosamente nel portafoglio. La mostra nei momenti sbagliati. Qualcuno lo aggredisce. Ha il volto pieno di lividi dopo una rissa in un bar malfamato di qualche porto lontano. Rientra nella pensioncina che lo ospita, si pulisce le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto. 

 

Sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono di una vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, senza quasi parlare. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita. Sai di averla già vissuta.

 

Una storia già scritta. Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere più profonde della terra e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Che sono già dentro di noi. Che tutte ci appartengono e sempre si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente. E’ la vita. Fatta di sentimenti, di indecisioni, di decisioni improvvise, di scarti d’umore, di passione e di noia spesso.

 

Credo di averne avvertito l’incipit, di quella che ormai chiamo storia universale– ma non, stranamente, gli sviluppi - nei miei sogni di fuga quand’ero adolescente e la provincia mi andava stretta.

 

Allora si andava con un amico in macchina in campagna per sentirsela raccontare di nuovo la stessa storia.

 

Quel qualcuno – ormai perso di vista -, forse anche lui in modo distratto, deve avermela raccontata in una sera d’estate, quando nemmeno la leggera brezza attutiva il caldo che altri ritengono insopportabile e le sigarette – perché allora si fumava molto per placare l’ansia di vivere in fretta- riempivano di odori acuti le auto che ci portavano nelle campagne dei dintorni a meditare, guardando le stelle e spesso sospirando.

 

L’altro invariabilmente sopportava male le notti calde di luglio, quando il verso dei grilli si sovrapponeva alle musiche della radio sempre accesa.

 

Invece io ho sempre tollerato bene il caldo.

 

Forse per la nostalgia di quel caldo che ha salutato la mia nascita in agosto, prima decade, notte di San Lorenzo.

 

Tutti lì in attesa che io venissi al mondo.

 

Sono nato in casa.

 

Quando mia madre ebbe le prime doglie, quelle arrivarono all’improvviso e furono subito violentissime. Era troppo tardi per salire su in macchina e correre all’ospedale.

 

Il nonno nervoso in strada con la camicia bianca fuori dai pantaloni tormentava la nonna con domande continue, lei si affacciava dal primo piano della vecchia casa familiare e gli diceva di stare zitto.

 

Mio padre si mangiava le dita e sudava nervoso. Un grande andirivieni quella notte in cui non si sapeva ancora se sarebbe nato un maschio o una femmina.

 

Mia madre voleva una femmina.

 

Mi ha sempre detto che l’ho massacrata di parto e ancora vecchia ne porta i segni in un suo modo di fare affaticato e continuava, fino a che ci siamo visti, a rinfacciarmi della mia ostinazione a voler rimanere dentro quel mondo incantato, nell’oscurità del reale.

 

Una femmina ostinata e ben in carne che alla fine risultai essere io, un altro maschio tra i tanti.

 

Se fossi nato femmina m’avrebbe chiamato Caterina. Caterina le suonava delicato. Lo ripeteva spesso quel nome sillabandolo, durante la gravidanza. Ca-te-ri-na. Invece fui Lorenzo.

 

 

Con queste riflessioni –tra un pianto e l’altro mentre le stazioni radio si alternavano sulle strade del  nord della Francia e mi ostinavo a non cambiare frequenza – nel giorno del mio trentacinquesimo compleanno arrivai a Carnac, nella bassa Bretagna, di fronte all’oceano Atlantico.

 

Al seguito di uno scrittore su di giri e la sua sgangherata troupe, per registrare un programma tv per il lancio del suo romanzo appena uscito.

 

Le pietre di Carnac mi ricordavano un gioco che facevo da bambino, disponendo i sassi trovati sulla spiaggia come fossero un percorso sacro. Non conoscevo i dolmen allora. In piccolo per me era un ricreare un mondo misterioso.

 

Forse è per questo che quando mi ritrovai proprio lì, di fronte a quella distesa di pietre – quasi tremila grandi e misteriose e verticali – era come se quello fosse un luogo della memoria.

 

Attorno a mezzogiorno ci sarebbe stata l’eclisse di sole di fine millennio: era il 1999, fine secolo, fine di un’epoca, si diceva.

 

Anche quella delle pietre di Carnac forse era una storia già scritta. L’ansia dell’uomo primordiale di sopravvivere e dare un senso al suo effimero respiro.

 

Carnac è un luogo magico con la sua piana fatta di megaliti che ricordano il dominio del territorio da parte di un popolo antico che amava erigere pietre per rendere sacro quello stesso dominio.

 

Era uno dei luoghi scelti da Michel Houllebecq per le riprese.

 

Seguivo la produzione per conto della casa editrice, ero una sorta di producer in quel caso, più che un editor letterario.

 

La troupe era leggerissima, composta dall’operatore, dal fonico e da una segretaria di produzione, che prendeva continuamente appunti.

 

Con la storia raccontata nel romanzo, i luoghi delle riprese non c’entravano più di tanto, ma erano tutti molto francesi e creavano immediati rimandi.

 

Come la spiaggia Omaha in Normandia, dov’erano sbarcati gli alleati, la banale ma sempre piena di fascino Tour Eiffel  - un’immagine dal basso con lo sguardo di Michel che corre lontano e indifferente - il Mont Saint Michel, il circuito di Le Mans, il Finistère: l’ultimo lembo di Occidente in Bretagna.

 

Dal nord le cui coste sono state modellate dai venti atlantici al sud più sonnolento, fino a Marsiglia, la Costa Azzurra e naturalmente Montecarlo.

 

Le immagini erano trasmesse a tarda notte e l’operatore le spediva utilizzando i ponti della rete pubblica francese.

 

La mia era una supervisione generale e dovevo soltanto suggerire frasi ad effetto e riferimenti all’attualità. Per questo sfogliavo quanti più quotidiani possibile, cercando i fatti insoliti, le minutaglie come le grandi questioni.

 

La trasmissione durava cinque minuti ed era inserita tra le ultime notizie e il meteo.

 

Questo rendeva euforico Michel che considerava le previsioni metereologiche un modo per rendersi immortali.

- Se conosci il futuro – diceva – non ti preoccupi del presente…il meteo è un ponte gettato sul domani…è come nel racconto della tartaruga di Parmenide mai raggiunta dalla lepre…oggi è già ieri e in fondo del tempo che farà il giorno dopo – continuava con espressione profetica – importa a pochi…

 

Il libro da lanciare – Le particelle elementari - racconta di due fratellastri percorsi da aneliti esistenziali, che nel loro agitarsi nel mondo esprimono una realtà fatta di vuoto.

 

Il fenomeno Houllebecq stava creandosi lentamente ma inesorabile: dalle prime poesie al saggio su Lovecraft, le polemiche sugli immigrati e sulla clonazione.

 

Modi di fare che creavano discussioni e antipatie e soprattutto facevano vendere, creando un personaggio contrastante.

 

Michel in realtà è una persona affabile e professionale, con quel suo modo di tenere la sigaretta tra il medio e l’anulare che si vede in tante fotografie, quel soffiare via il fumo senza riservatezza, pur con un modo generale di comportarsi piuttosto schivo.

 

Una posa costruita per i mass-media. Il francese sopra le righe, superiore a tutti. Persino agli stessi francesi.

 

La conversazione con lui può apparire monotona, usa un tono di voce uniforme. Michel ama le iperboli e cerca sempre di epatèr les bourgeois.

 

Vecchio gioco dandy.

 

Forse è proprio dandy il termine esatto per definirlo. Un dandy postmoderno. Vestito anonimamente, pur in modo pulito ed elegante. Teso al successo. Dotato di  notevoli capacità di scrittura.

 

 

Una delle location scelte era particolarmente interessante: a Nantes di fronte al Museo Dobray.

 

Una scritta sull’ingresso del museo recita un motto celtico: l’ignoto mi divora.

 

An dianav a rog ha ch’ hanoun, nella lingua dei nativi.

 

Michel attraversa la strada nervosamente. Accende la sigaretta con il mozzicone di quella che sta finendo. Inveisce contro gli automobilisti.

 

Intanto l’operatore gira la scena, cercando l’inquadratura giusta con la scritta sullo sfondo.

 

Quel motto ha un significato duplice. Descrive la situazione dell’uomo che non riesce a capire ciò che non conosce e allo stesso tempo racconta del desiderio di definire i limiti di ciò che si trova appena più in là dell’immediatamente sensibile.

 

Rendere la precarietà dell’uomo che appartiene ad un oggi che non riesce ad afferrare nel suo significato più profondo, gli sfuggiva continuamente, gli scivolava tra le dita come sabbia. Forse era questo il punto: la clessidra immaginaria dove una altrettanto immaginaria sabbia scivola via fino a rendere labile ogni sforzo per trattenerla, viene continuamente girata. La sabbia ricomincia il suo scivolare inesorabile. Il tempo scivola. La sabbia è sempre inafferrabile.

 

 

In un primo momento, nella confusione dei sentimenti contrastanti che stavo vivendo, ero stato tentato di chiamare Michel e dirgli che poteva fare a meno di me, anche se l’occasione era piuttosto stimolante. 

 

D’altra parte dovevo soltanto scrivere delle didascalie alle immagini, sullo stile di quelle di quelle che erano messe a compendio delle scene dei film muti, dare qualche suggerimento, fare un po’ di rassegna stampa. Niente di complicato. Michel doveva sembrare un D’Annunzio nell’epoca della tecnica esasperata dai linguaggi contratti del web.

 

Delle parole smozzicate del presente che contribuivano a definire un mondo privo di valori. Banalmente nietzschiani, in maniera voluta banali, con l’idea  di superare lo stallo di un mancato ritorno eterno dell’uguale.

 

Inceppato, proprio per colpa di un linguaggio incomprensibile, alle prese con situazioni troppo standard per sembrare vere, bloccato questo ritorno da una realtà che era così vera da apparire finta. 

 

Quindi Michel voleva girare delle immagini in location simboliche della Francia per accentuare il suo sguardo obliquo sulle cose del mondo.

 

Il più piano dei linguaggi – le sue trame, gli sviluppi delle storie di personaggi colti in una quotidianità persino esasperante per quanto piatta – per definire la fine di tutto, nella speranza di un riprender vigore del ciclo karmico, per un ritorno di quell’eterno uguale che stentava a riapparire.

 

Con  la morte della famiglia, la morte dei rapporti di amicizia, la freddezza dei rapporti che vengono mutuati da mezzi di comunicazione che dovrebbero dare il massimo della comunicazione appunto e si risolvono invece nel divenire l’esatto contrario.

 

L’incomunicabilità. La solitudine. Il silenzio.

 

Con  quel pessimismo cosmico – anche lui, anche Michel -  giocava abilmente.  

 

L’unico difetto di questo tour era la frenesia di concluderlo. Tutto doveva essere fatto in fretta. Le riprese venivano inevitabilmente poco curate, quasi approssimative, ma forse questo era proprio l’intento di Michel.

 

Avevano lo stesso un discreto ascolto, nonostante l’ora tarda.

Il tour si sarebbe concluso a ferragosto dalle parti di Port Grimaud in Costa Azzurra, con un rave dove alla consolle si sarebbero alternati dj provenienti dalle discoteche di Ibiza, di Londra, di Parigi.

 

Altro difetto, ma personale: quello che era successo con Maria Grazia mi deconcentrava e gettava un ombra su quel periodo che sarebbe stato altrimenti esaltante.

 

Avevo incontrato Michel nella sua casa di Parigi. Con me doveva esserci la donna che allora era mia moglie.

 

Invece ero partito solo, anch’io in modo frenetico e confuso, lasciandola sulla spiaggia di Numana, dalle parti di Ancona, poco lontano da dove il padre ci lasciava la casa per le vacanze.

 

Era una sera caldissima di fine luglio, dopo un giorno di fuoco. Per tutta l’invernata la stampa si era scatenata sulle previsioni di quella che sarebbe stata una stagione dal caldo anomalo, per di più l’eclisse che sarebbe avvenuta l’11 agosto creava strane aspettative. Qualcun altro scriveva invece che la temperatura sarebbe calata, come non si ricordava da decenni.

 

Da una settimana però un sole micidiale imperversava su tutta la penisola.  

 

 

Eravamo a cena quando mi disse del bambino e delle sue decisioni irrevocabili, anzi del fatto compiuto, della vita sfuggita dal nulla, ritornata nel nulla. Sottolineava con enfasi la citazione dal bambino mai nato di Oriana Fallaci, come se raccontasse la storia di qualcun altro.

 

Da Ancona il viaggio in macchina era stato breve e panoramico. Guidava lei.

 

La guardavo e dietro il suo profilo vedevo il mare Adriatico. Percorrendo il tratto del Monte Conero le toccavo le gambe e quando mi facevo più audace diceva sorridendo – Stai fermo, dai, mi distrai – si toglieva gli occhiali da sole e mi dava un piccolo schiaffo di rimprovero. Era un momento che definire idilliaco è dire una banalità . Ci sono quei momenti in cui ci si sente felice senza un motivo. Di solito è un momento che precede o ne accompagna un altro di segno opposto.

 

Chiusi gli occhi, il sole del tardo pomeriggio lo sentivo sugli occhi e il vento dal finestrino mi schiaffeggiava in modo piacevole. Era tutto perfetto. Tutto apparentemente perfetto. C’era in quella serenità del momento un demone che lavorava alacremente. Adesso lo so. Arrivammo sulla piazzetta di Numana, dove c’è la torre del campanile di una chiesa che non c’è più.

 

Un arco si staglia sull’orizzonte verso Porto Recanati e sulla destra sulle colline si vede la cupola della cattedrale di Loreto.

 

Tutto troppo perfetto. Accostai Maria Grazia con un gesto brusco e la baciai con passione.

- Ma che fai…-disse lei, asciugandosi il bacio – ci guardano tutti…

 

La casa del padre è proprio su questa piazzetta e poco più in là, scendendo delle scalette c’è un ristorante. Sul tetto del ristorante un ballatoio di vetro permette di mangiare addossati al paesaggio. E’ una visione unica. Da un lato si intravede il promontorio dove poco più in là si arriva a due scogli chiamati Le due sorelle. C’eravamo stati spesso a fare il giro del Monte Conero in barca. Si arriva a delle calette accessibili con fatica da terra. Sembra un altro mondo. 

 

Il vino bianco fresco rendeva frizzante la serata. Ero ebbro di cibo e di verdicchio.

 

Le sue parole mi riportarono sulla terra.

 

Aveva abortito e aveva fatto tutto di testa sua, senza coinvolgermi. Assistita da Andrea, il ginecologo Andrea che da ragazzo non sembrava avere nessun futuro se non fosse stato figlio di un medico. Andrea, un suo vecchio amore dell’adolescenza. Quasi si trattasse di una nemesi. Mi togli l’amore, prima o poi ti tolgo io il frutto dell’amore.

 

“Per non farti soffrire inutilmente”, diceva lei serena. Serena in un modo così leggero e incosciente da mettere i brividi, come se parlasse di una sua amica.

 

Dell’aborto avevo la peggiore delle opinioni. Era comunque la fine di un’esistenza. Anzi, praticandolo, non si permette nemmeno l’avvio di una esistenza vera. Ci sono forse – forse- delle occasioni in cui si può giustificare. Meglio comunque una sua regolazione che la pratica selvaggia precedente alla legge degli anni 70, ma in quel caso -nel mio caso, nel nostro caso- non c’erano giustificazioni. Nessuna carriera vale l’accarezzare la testa fragile di un bambino, che è il tuo per giunta. Un tuo ponte verso l’immortalità. Non ci provai nemmeno a fare questi ragionamenti con Maria Grazia. Non sarebbero serviti a riportare in vita quella nostra possibilità di essere al di fuori di noi.

 

Avveniva tutto così all’improvviso. Troppo in fretta.Pensavo di amarla, non sapevo se in quel momento la amavo, probabilmente la amavo ancora, ma l’amore ad un certo punto si trasforma in qualcosa che supera il piacere di essere insieme, di accarezzarsi, di baciarsi, di andare al cinema, di dividere un appartamento, di vivere semplicemente insieme, sostentandosi, consolandosi, magari litigando ma con la partecipazione che sorregge ogni unione.

 

L’amore si incarna.

 

Da quel nulla da cui proveniva, diventava una presenza.

 

La direzione dove dirigersi, forse il nord quando si viene da sud?

La linea retta che non conosce deviazioni, una logica conseguenza, la dimostrazione di un teorema.

 

Maria Grazia mi aveva confessato, sbocconcellando pesce crudo, con una naturalezza sconcertante che il problema l’aveva risolto nel modo più semplice.

 

Non in modo indolore, almeno per lei – così diceva - ma per il momento sentiva che la scelta presa era quella giusta.

 

“Cosa?”, le dissi in un sussurro, “Credo di non avere capito bene…”

“Hai capito benissimo, il problema è risolto. Chiuso. Non esiste più…”

Continuava a chiamare in quel modo orribile l’essere rimasta incinta e di non esserlo più. Il problema. Come si trattasse di pagare la rata di un mutuo, come andare a fare la spesa o che film andare a vedere.

 

Avevo avuto qualche sentore del suo stato. Dentro di me ero felice. Ma aspettavo che me lo confessasse lei.

 

 

Mi alzai dal tavolo. Sembrava una situazione irreale. Ero io quello che stava parlando con quella donna? Chi era diventata quella donna?

 

All’improvviso non avevo più fame. Lo stomaco si era contratto e un nodo mi stringeva la gola.

 

Tra tutti i posti del mondo, anche il più infame e sordido – un locale di Istambul dove i turchi ti guardano storto, lo strapiombo di un  fiordo in Norvegia con la difficoltà di trovare l’equilibrio, Scampìa a Napoli mentre gli spacciatori commerciano l’eroina e si accorgono di essere osservati, una discarica di Città del Messico con tutti quei disperati a caccia di qualcosa che abbia un valore pur minimo – tra tutti i posti, quello che aveva in quel momento una sua perfezione naturale – il crepuscolo, il mare, le conchiglie sulla spiaggia, l’odore della cucina del ristorante – era l’ultimo dove volevo essere.  

 

 

Avevo raggiunta Maria Grazia nel suo studio legale di Ancona con una certa frenesia.

 

Mi piaceva chiamarla nel suo modo completo e non semplicemente Grazia –come facevano molti -, perché così – ne ero convinto davvero, anche se può sembrare una notazione stupida -  impiegavo più tempo a dire il suo nome ed era come possederla più a lungo. 

 

Era stranamente felice. Aveva una voce leggermente stridula che stentavo a riconoscere. Non ci avevo fatto caso. Al telefono m’era sembrata invece nervosa. Stava seguendo un caso delicato.Grazia dopo quel processo è diventata poi un famoso avvocato penalista. Attribuivo il nervosismo all’impegno che la assorbiva da quando aveva deciso di difendere un collega, coinvolto nell’omicidio dell’amante.

Anzi era proprio lui l’imputato. Ma l’avvocato era stato bravo a non lasciare tracce e impronte. Si era costruito un alibi traballante ma con il raffreddarsi della pista, ogni giorno diventava sempre più difficile appigliarsi a prove che non fossero indiziarie. Sul dubbio si basava la difesa di Maria Grazia.

 

Venivo da Milano, da uno delle mie continue trasferte professionali di allora. Saremmo andati in vacanza da lì a pochi giorni. La casa a Numana era un buen retiro che il padre di Maria Grazia cedeva volentieri alla figlia. Lì ci trasferivamo nei fine settimana.

 

In vacanza avremmo seguito le riprese di un video di lancio del romanzo di Michel Houllebecq “Le particelle elementari”.

 

Avremmo attraversato la Francia. Una vacanza-lavoro insomma. Un ibrido cui ero abituato. Mai scindere il vissuto con il tempo del lavoro, questo mi ero prefisso ai tempi del liceo, leggendo i testi degli autori beat.

 

On the road in Francia, in tempo per l’eclisse di quell’agosto di fine millennio e per il mio compleanno che cadeva proprio nel giorno dell’eclisse.

 

Maria Grazia stava lavorando a questo processo importante, ma le udienze sarebbero riprese nella metà di settembre.

 

Il caso controverso di un omicidio non perfettamente dimostrato e che con prove indiziarie, cavilli, la letteratura precedente, doveva riuscire a ribaltare a favore della difesa.

 

Per dimostrare l’estraneità dell’imputato, o almeno l’insufficienza di prove.

 

Un uomo di successo, dalla vita brillante, capitato per caso – o forse non tanto per caso - in un thriller.

 

Maria Grazia ci stava lavorando da mesi.

 

[RACCONTO DEL CASO]

 

Il bambino sarebbe stato un intralcio gravoso, lo riconosco.

Avrebbe dovuto lasciare la pratica ad un collega e quel salto di carriera che inseguiva da qualche anno non ci sarebbe stato.

 

Quel processo era diventato un caso nazionale.

Ne aveva parlato persino Corrado Augias in una trasmissione molto seguita e Maria Grazia, ospite in studio, aveva dimostrato una fermezza e una grande professionalità.

 

Avevo visto la trasmissione nel minilocale che occupavo quando mi fermavo a Milano. Ero stato orgoglioso di lei, soprattutto quando le inquadrature si soffermavano sul suo profilo.

 

Un giallista alla fine del processo era in  parola con Grazia per scrivere un istant-book.

 

I giornali scandalistici riportavano gli sviluppi del processo con servizi fotografici dai toni piccanti.

 

Quell’incidente poteva capitare solo dopo la fine del processo.

Era ovvio, queste le parole di Maria Grazia.

 

Così diceva Maria Grazia – ovvio - con tono freddo al ristorante.

 

Rimanere incinta non era nei nostri progetti, era la quarta volta che ripeteva questa frase.

D’altra parte mi aveva detto più volte che prima di avventurarsi nella maternità doveva realizzarsi professionalmente.

“Avremo tutto il tempo di rifarci, mettiamo su una tribù di marmocchi”, ripeteva lei.

Altre volte le avevo detto che non mi importava davvero di avere dei figli.

Pensavo ci fosse tanto tempo davanti a noi. Non avevo considerato l’imprevisto. La vita che sfugge dal nulla non sente ragioni.

La vita si spande, tende ad andarsene oltre, muovendo dalla radice oscura, ripetendo sulla faccia della terra lo spargersi delle radici e il loro labirinto [1]. L’aveva scritto una filosofa spagnola e certi suoi passaggi li usavo spesso nelle mie conversazioni che volevano avere un tono profondo.

Di solito i nostri amici rimanevano colpiti.

Non utilizzavo queste citazioni con supponenza, mi piacevano davvero invece quei passaggi nebulosi che parlavano del mistero dell’esistenza. Adesso invece avrei potuto conoscere davvero e da vicino quella vita strisciante che cerca il corpo indispensabile –sempre parole della filosofa - con quel bambino potenziale, quella vita sfuggita dal nulla che poteva essere il nostro bambino.

 

Già. Poteva. Potenzialità.

 

Possibilità dell’essere interrotta da una volontà caparbia che in quel momento aveva soltanto a cuore la sua carriera professionale.

Quanto di più venale, insignificante, ambizioso, inumano, stupido, rispetto alla potente trasformazione dell’amore da semplice sentimento a qualcosa di estremamente definito -incarnato- come è certamente un bambino.

Rischiavo di apparire troppo sentimentale?

Il sentimentalismo è un sistema di controllo delle emozioni attraverso l’esasperazione delle forme.

No, di sicuro il mio non era sentimentalismo, era un  desiderio vero, una svolta di vita  inattesa, un modo per dare un senso al vivere di quei tempi che per troppo tempo stava scorrendo in modo sempre uguale.

Questo non valeva per le ambizioni di Grazia.

Potevo capire le sue ragioni ma era il principio del rifiuto della vita che genera dal nulla che non accettavo. Più di tutto era l’inganno a non andarmi giù. Perché Grazia mi aveva nascosto il suo stato? E perché solo a cose fatte mi stava rivelando la verità? Non sarebbe stato preferibile un sano imperturbabile inganno in cui la verità restava in sottofondo, sapendo invece quale poteva essere la mia reazione?

La natura femminile evidentemente non accetta psicologismi, false interpretazioni, parole smozzicate, mezze verità. Grazia era stata brutale, ma in fondo sincera. Sperava nel mio amore per lei, solo in quello.

Forse non era avvenuta in lei quella maturazione che aveva portato me invece a credere nella trasformazione dell’amore da un  me insieme a te che non era più un semplice noi, che diventava io e te con l’aggiunta di un elemento umano piccolo piccolo e così bisognoso di cure e attenzione e tenerezza.

 

“Guarda che non si è trattato di un vero e proprio aborto, quasi non c’era niente di formato, ho solo provocato le mestruazioni, e poi mi ci vedi in

tribunale con il pancione?”, Grazia cercava di sdrammatizzare ridendo nervosamente, stava cominciando a capire che per me era qualocosa di estremamente quanto era successo.

Infatti non riuscivo a vederla con gli stessi occhi di prima.

A quella sua ultima frase mi alzai dal tavolo, non avevo quasi mai parlato da quando mi aveva rivelato il suo gesto, la mia espressione cupa era fin troppo eloquente.

 

“Dove vai? Non andiamo a casa?”

Non mi voltai neppure.

In quei momenti confusi pensavo ad Orfeo che non  doveva rivolgere indietro lo sguardo verso Euridice, ma quell’istinto che nel mito alludeva all’incapacità di resistere ai sentimenti, in questo caso era soltanto dolore.

E il dolore non mi fece voltare. Andai alla macchina, la misi in moto e mi avviai verso l’autostrada in direzione nord.

 

Solo dopo tanti chilometri al primo rifornimento decisi di andare lo stesso in Francia a cercare Houellebecq.

4.

 

Mi sembrava di vivere una situazione come dall’esterno. Non tanto guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Oppure vedersi da fuori campo. Semmai come se qualcuno te la raccontasse.

Quello che guidava senza fermarsi mai non potevo essere io.

 

Avevo lasciato Maria Grazia sulla spiaggia di  Numana. Me ne ero semplicemente andato. Ormai sentivo quella storia d’amore  finita – nata in modo così passionale, con i tempi giusti, le normali tenerezze, i regali di Natale, l’anello e le rose- la sentivo chiusa. Un capitolo chiuso. Finito di leggere e dimenticato.

 

Dopo la cena – nemmeno consumata tutta - eravamo scesi sul litorale perché non volevo fare partecipe degli estranei, sulla terrazza del ristorante, al nostro dramma. Erano quasi le undici, un’ora a mezzanotte. dalla mattina ero in giro, senza quasi fare soste. A Milano avevo sbrigato gli ultimi impegni chiudendo tutte le pratiche sospese. Con il direttore editoriale c’eravamo riuniti per decidere i tempi dell’operazione legata al lancio delle Particelle Elementari di Michel e della trasmissione televisiva. Ordinaria amministrazione. Solite raccomandazioni. Non dimenticare questo. Certo, capo. Ricordati dei comunicati stampa quotidiani. Sarà fatto, capo. Quella discesa al mare, con quella tempesta di emozioni che mi turbinavano in testa, m’aveva fatto dimenticare persino la stanchezza.

 

Scendemmo al mare lentamente. A piccoli passi. Io un po’ dietro, osservavo la sua figura snella con la solita stupita ammirazione. Era proprio bella Maria Grazia. Arrivammo al mare senza parlare. Lei si tolse le scarpe con i tacchi alti e cercava di apparire leggera. Come se niente di importante fosse successo. Per me invece era una tragedia. Non mi ero mai sentito così inutile, così ingannato, così solo. Maria Grazia cominciò a parlare ed è stato in quel momento che ho cominciato a vedermi come dall’esterno. Pur con tutta la consapevolezza che ho già detto.

 

Mentre lei cercava di spiegarmi il motivo del suo gesto, comunque irreparabile, la sentivo estranea e intanto, indifferente, lanciavo sassi piatti al mare per farli rimbalzare.

 

Cercavo di farli saltare sul pelo dell’acqua quante più volte fosse possibile.

 

Tre, quattro, cinque. Arrivato a cinque salti non riuscivo ad andare avanti, a superare quello che mi sembrava un record.

 

-La smetti di lanciare sassi? – disse piccata Maria Grazia – mi innervosisce…

 

Io invece continuavo ormai noncurante delle sue reazioni, concentrato su quei gesti minimali, cercando di seguire un metodo letto in qualche libretto di istruzioni.

Stringi il sasso tra l’indice e il pollice. Devi fare una torsione del corpo con uno scatto. Non accompagnare la mano nel lancio altrimenti il sasso prende una direzione indesiderata.

 

-Mi ascolti?- ripeteva continuamente.

-Non hai niente da ribattere?- disse ad un certo punto.

Io rimanevo in silenzio mugugnando:

 – non dovevi, non dovevi, non dovevi, la vita l’accetto, la morte la rifiuto, non dovevi, non dovevi…

Maria Grazia non sentiva quello che dicevo, era talmente coperta dal suo parlare a raffica, continuando con le domande e le sollecitazioni, che non mi ascoltava neppure, non vedeva nemmeno il mio labiale, le davo le spalle, opponendo un muro di contrarietà.

 

Ad un certo punto avevo smesso con i miei lanci perché in lontananza sull’acqua era guizzato un pesce e il mio sasso stava quasi per colpirlo.

L’avrei colpito del tutto casualmente se solo il sasso fosse rimbalzato un attimo dopo del suo salto. Un infinitesimo in più di energia e l’avrei colpito.

 

Lo consideravo in quel momento come un segnale.

 

Allora ricominciai a lanciare sassi piatti.

Con più metodo di prima.

 

Se fosse ricomparso un altro pesce-volante e l’avessi colpito, voleva dire che potevo ricominciare di nuovo la mia vita con Maria Grazia, che in quel momento consideravo distrutta.

 

Quello sarebbe stato solo un episodio spiacevole da dimenticare. Nient’altro che una  piccola macchia di immoralità, in tanti anni.

 

Come avviene nei matrimoni quando uno dei due tradisce l’altro per leggerezza.

 

E’ un gesto comunque grave, ma perdonabile. Non si fa ma se si è consapevoli della scarsa importanza del gesto, si può -quasi- ammettere.

 

L’avevamo ripetuto spesso nelle cene tra amici, quando gli argomenti

diventavano le possibilità, il come se. Il segreto è non capitare in queste situazioni, perché un conto è teorizzare, tutto un altro è essere protagonisti di quei come se.

 

Qui il tradimento era rivolto alla vita stessa. Invece non si deve mai disprezzare la vita. Un guizzo uscito dal nulla sarebbe diventato qualcosa semplicemente perché ci eravamo amati con passione, per diverse sere di seguito, qualche settimana prima. Li ricordavo bene quei momenti di passione. Ci eravamo lasciati andare senza la solita accortezza. Significava pur qualcosa l’averlo fatto in quel modo. Non avevamo parlato di pericoli o altre possibilità future dopo l’amore. Anzi c’eravamo addormentati sempre spossati e felici e senza una parola.

 

Se quel guizzo uscito dal nulla  - quasi come un pesce-volante – s’era fatto carne, era un miracolo dell’amore e non potevamo che accoglierlo come si saluta un miracolo. Con stupore. Certamente con responsabilità. Ma con la leggerezza dell’amore.

 

Così la vedevo in quei momenti di sofferenza. Continuai a lanciare sassi verso il mare.

 

Pesci-volanti nessuno. Quello decisamente era un chiaro segnale.

 

Smisi di colpo guardando l’orizzonte e guardandola finalmente negli occhi. Maria Grazia, un po’ in imbarazzo perché non se lo aspettava, si chinò per prendere anche lei un sasso e lanciarlo, contagiata dal mio accanimento. Nel lancio scomparve il suo imbarazzo e ornò la sfrontatezza della donna risoluta, padrona del suo destino.

 

L’immagine di  Maria Grazia che si china, con quella sua eleganza naturale, è l’ultima che ho di lei.

 

Devo dirle addio, pensai. Lo dissi sottovoce mentre mi voltavo. Rivedo la scena continuamente. Ormai le sequenze delle immagini le vedo rallentate.

Un fotogramma dopo l’altro. Lei si china. Io dico addio sottovoce. Mi volto e vado via.

 

Le avevo già vissute situazioni di questo tipo in passato. Ne avevo esperienza. Nelle occasioni precedenti la crisi si era risolta abbastanza presto, perché non c’era tra noi una questione di vita o di morte.

Adesso era diverso.

- Irreparabile, irreparabile, irreparabile…continuavo a ripetere, scuotendo la testa.

 

Mi incamminai allora verso la macchina con le mani in tasca. Sentivo i passi di Maria Grazia che mi seguivano, mentre barcollava per rimettersi le scarpe e un po’ per il vino bevuto.

 

-Lorenzo, perdonami…- diceva lei, ormai lontana. I tacchi alti le impedivano di starmi dietro.

 

Avviai la macchina e corsi via senza voltarmi. Un Orfeo rovesciato. Senza più amore. Senza più niente dentro. Il mondo che mi crollava addosso. Senza una vera meta.

 

Solo figurata per il momento.

 

Parigi, Parigi. Da lì ad una settimana ci sarei andato comunque, tanto valeva partire subito.

 

Sfinirmi di ore alla guida. Il nastro d’asfalto si spezzetta in linee tratteggiate. I fari che ti vengono contro sono  grandi occhi mostruosi che ti illuminano per un attimo, con indifferenza, senza un vero interesse. Le mani al volante diventano un tutt’uno nel tuo campo visivo. Cominci a giocare coi numeri del contachilometri dettando regole prima inesistenti. Quando arriva una serie di 5 e di 3 ti guardi allo specchietto. Quando arriva tre 4 insieme ti aggiusti i capelli.

 

Fino a quando la macchina non segnalò che il serbatoio era in riserva non mi fermai.

Stavo rifacendo  il percorso della mattina, ma in senso contrario, ritornando verso Milano. Confuso, ma lucidissimo. Determinato a non tornare indietro. Di nuovo padrone unico del mio tempo.

 

Mio malgrado, perché desideravo il contrario. Avrei dovuto ricominciare una nuova vita.  Non mi piaceva essere costretto a farlo ma mi sentivo pronto. Anche se continuavo a vedermi come dall’esterno.

 

Proprio dalle parti di Milano mi fermai per fare il rifornimento, ad uno dei grill dove facevo spesso una sosta. Era un posto che conoscevo molto bene. Lì sfogliavo i giornali con la cronaca locale del milanese. Da lì in poi entravo in un altro mondo, rispetto alla sonnacchiosa provincia. Dovevo far valere il mio ingegno con tenacia per non essere scavalcato. La dura legge della domanda e dell’offerta. Se non ci sei al momento giusto, è fatta. Arriva qualcun altro. E non vale solo il talento.

 

Il benzinaio mi riconobbe e fece un gesto amichevole. Risposi controvoglia.

 

Ero tentato di tornare nel mio appartamento e fermarmi per qualche giorno, calmarmi con i ritmi lenti della solitudine, ma ci sarebbe stata una sorta di intrusione familiare e non volevo guardare indietro. In quella casa avevamo vissuto quei momenti d’amore durante un weekend dove non avevamo fatto altro che amarci e dormire. Quanto di più rilassante. Quanto di più bello.

 

Con me avevo naturalmente la carta di credito e tanto bastava.

 

In macchina, sui sedili posteriori, gettati lì poche ore prima, con la fretta di chi vuole arrivare prima possibile, c’era quel po’ di bagaglio che non avevo ancora scaricato.

 

Fermarmi a casa sarebbe stato come arrendersi, ero in uno stato febbrile, l’agitazione si sfarinava in gesti studiati. Mi guardavo continuamente nello specchietto retrovisore e vedevo i miei occhi rossi di commozione. Ma continuava ad essere come vedersi dall’esterno. Ero proprio io quello che voleva continuare verso nord.

 

Proseguii per Parigi, dove arrivai verso mezzogiorno del giorno dopo. Avevo viaggiato tutta la notte senza avvertire segni di stanchezza. Lo stato febbrile persisteva e sentivo addosso anche un po’ di euforia. L’allegria dei condannati, in un certo senso.

Lasciai l’auto in un garage del centro e istintivamente la prima cosa che avevo desiderio di fare era di passeggiare avanti e indietro nelle immense sale del Louvre.

 

Con passo veloce arrivai alla piramide e mi immersi nella folla che entrava. Non ero attirato da qualcosa in particolare, non dalla Gioconda e nemmeno dall’arte delle Cicladi o dalle mummie dei faraoni. Piuttosto volevo sovraccaricare la memoria, sollecitare ricordi, impressioni, con una visita disinvolta, come se mi trovassi a passare per quei corridoi e saloni per caso.

 

Volevo sentirmi circondato, avvolto, quasi abbracciato di storia millenaria.

 

Quel pomeriggio non riuscii a staccarmi dagli assiro-babilonesi.

 

Percorrevo i corridoi in avanti e non passavo, una volta finita la visita di quel reparto ad un altro, ma ritornavo indietro e lo percorrevo di nuovo.

 

Guardavo appena quello che mi circondava che altre volte mi avevano affascinato, camminando sempre piuttosto veloce. Con passo sostenuto, ecco.

 

Passavo sotto le porte leonine come avessi fretta, come se dovessi arrivare da qualche parte. Ci fosse qualcuno ad aspettarmi dall’altra parte.

 

In mente mi riecheggiavano le istruzioni per l’uso che avevo lette in un libro bizzarro di collages, scritto da un eccentrico praghese: - Prendi un oggetto che hai trovato o sottratto e riportalo là dove lo hai trovato o sottratto, va’ alla stazione aspetta l’arrivo del treno ed esci coi viaggiatori come se fossi arrivato da qualche luogo, dice il testo di Jiri Kolar, che conosco a memoria.

 

Mi sentivo partecipe del flusso dei turisti ma come si trattasse di un esperimento dadaista. Serviva per sdrammatizzare i pensieri che mi frullavano i testa.

 

Cercai persino un oggetto da sottrarre o trovare.

 

L’unico oggetto era un quotidiano su un divano di pelle, di quelli senza spalliera. Mi sedetti e presi il giornale, sfogliandolo con noncuranza.

 

Mi alzai dopo un po’ verificando che non ci fosse nessuno a pretendere il giornale. Rifeci i lunghi corridoi assiro-babilonesi e poi di nuovo tornai indietro per ritornare di nuovo al divano dove avevo reso il giornale per rimetterlo al suo posto. Aperto sulla stessa pagina.

 

In un’altra occasione mi accodai ad una comitiva di spagnoli. Poi ad un gruppo di svedesi e finalmente di italiani. Ascoltavo la guida apparentemente interessato. Come facessi parte del gruppo, ma ero tristissimo.

 

Quel gioco un poco serviva  a sgravare la situazione della pesantezza di cui era fatta e facevo fatica a non piangere.

 

Rimasi al Louvre fino all’ora di chiusura.

 

All’uscita mi infilai nel primo albergo che incrociai. Il primissimo. Volevo solo sdraiarmi e dormire. nemmeno scaricai il bagaglio. Il portiere rimase un po’ perplesso ma alla vista della carta di credito non fece altro che registrarmi e consegnarmi la chiave di una camera che si rivelò molto confortevole.

 

Avevo appena fatto uno spuntino nella caffetteria del Louvre, ma più di tutto ero spossato.

 

Mi addormentai con i vestiti addosso, rigirandomi tutta la notte in un sonno senza sogni.

 

Solo un’immagine mi ritornava in mente durante i continui risvegli.

 

Il lancio dei sassi sul pelo dell’acqua del mare di Numana.

 

La mattina dopo ritornai al museo. L’albergo era davvero molto vicino. E così pure il giorno dopo ancora. L’appuntamento con Michel era fissato per qualche giorno successivo ancora.

 

Una domenica. Michel voleva partire da una Parigi deserta, spettrale, com’è in certe mattinate di agosto. Realizzare le prime riprese alla Torre Eiffel senza turisti.

 

Non ho fatto altro in quei giorni al Louvre che camminare avanti e indietro, da una sala all’altra, riuscendo a stupirmi per come a volte ritornavo nel posto da dove ero partito, senza accorgermi.

 

Quando mi capitava di riconoscere un reperto importante come il codice di Hammurabi tagliavo comunque dritto.

 

Le uniche soste che mi concedevo era quando qualcuno mi chiedeva di fotografarlo vicini alle opere, oppure per mangiare un po’.

 

Ma lo facevo sempre camminando, con piccoli bocconi per non farmi notare dal personale.

 

[Corsa dentro il Louvre come nel film di Godard]

 

In albergo arrivavo la sera. Tralasciai solo una volta questa routine nel tardo pomeriggio del sabato, perché avevo assolutamente bisogno di qualche ricambio.

 

Con un taxi arrivai ai magazzini Lafayette che rimaneva aperto anche di notte, almeno il sabato. Comprai delle camicie, dei pantaloni, un paio di scarpe comode. Una valigia. Occhiali da sole. Passavo tra gli scaffali del grande magazzino con la stessa indifferenza con cui passeggiavo avanti e indietro al Louvre. Il mio metodo stava funzionando.

 

Tornai in albergo.

 

Finalmente dopo tutti quei giorni di affanno mi feci una doccia.

 

Ho sempre pensato che una doccia allevia tutti i mali.

Rimasi sotto l’acqua per moltissimo tempo. Immobile.

La voglia di piangere stava scomparendo. La ferita naturalmente non era rimarginata e ci sarebbe voluto chissà quanto, ma cominciavo a sentire la voglia di attivarmi.

Era un buon segnale.

 

Avevo una gran volta di parlare con Maria Grazia nonostante tutto, perché c’era questa nostra abitudine, prolungata negli anni di estrema confidenza, di raccontarci tutto e se non eravamo insieme, per questioni di lavoro, ci telefonavamo spesso, parlando a lungo.

 

Dalla partenza avevo lasciato spento il cellulare, anzi non avevo nemmeno ricaricato la batteria. Ma per il tour con Michel il telefono mi serviva e lo riaccesi.

 

La segreteria era piena di messaggi di Maria Grazia che non volli nemmeno sentire.

 

C’erano un paio di chiamate di Michel. Lo richiamai subito per confermargli l’appuntamento del giorno dopo. Gli dissi che mi trovavo oltre il confine francese ma che mi sarei fermato a dormire a metà strada.

 

Evitavo così le spiegazioni per non averlo chiamato prima, ma quando mi chiese di Maria Grazia, gli dissi semplicemente che si era sentita male alla partenza e non era voluta partire e che forse ci avrebbe raggiunto più in là in aereo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Cfr. MARIA ZAMBRANO – I BEATI – MILANO 1992 PAG.15




permalink | inviato da cantos il 14/8/2007 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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